Pane, pallavolo e sogni

Quando si incrocia Andrea Vicentini, la sensazione è quella di aver trovato la persona giusta, al posto giusto e, soprattutto, nel momento giusto. Quello che può essere etichettato come il più gradito dei ritorni. Un “disturbato” di questo sport, con la passione “parallela” per la pallacanestro, con mostri sacri come modelli e tanta voglia di “lasciare un segno” forgiando i piccoli talenti One Team.

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Quale è stato il percorso prima dell’approdo in One Team?
Per me questo è stato un felice quanto casuale ritorno in quanto ero già stato nello staff tecnico dell’Under 13-14-15 già due e tre anni fa. Come dice mia moglie sono un “disturbato della pallavolo” in quanto ne sono posseduto dall’età di 12 anni, anno in cui ci siamo trasferiti da Milano a Capriate, passando dal basket giovanile dell’Olimpia Milano alla pallavolo dell’Avis –Aido Capriate. Sono stato arbitro Fipav per 10 anni fino al 2002 con 5 anni di serie B e contemporaneamente allenatore Csi, ma visto l’incompatibilità tra allenatore federale ed arbitro ho scelto la prima strada, conseguendo i livelli di cui oggi sono in possesso. In totale sette anni a Capriate di cui quattro nel giovanile femminile e tre nel divisionale maschile, cinque nel giovanile femminile a Spirano, tre nel giovanile femminile a Trezzo e, contemporaneamente, tre come secondo allenatore, scout man e responsabile video in B2 maschile a Gorgonzola oltre al biennio nel divisionale femminile a Levate.

Quanto costa l’intesa con Marcassoli?
Se sono tornato in One Team il merito o colpa è solamente di Mirco e “Pacioc”, in quanto quando Claudio Gamba ha chiesto informazioni, loro – probabilmente memori delle pizze pagate – non hanno esitato a dire che valeva la pena chiamarmi. A parte gli scherzi, con Marcassoli il confronto è continuo, lo reputo il mio referente principale, ci completiamo alla perfezione sia per conoscenze tecnico tattiche che per caratteri complementari.

Come si gestiscono al meglio tre gruppi nella stessa stagione?
Sicuramente sempre con l’entusiasmo del primo giorno di allenamento e creando sempre obiettivi differenti per giovani con capacita differenti anche nello stesso gruppo come il nostro, cercando di rendere protagonista ogni bambino in qualsiasi gioco. Poi per quanto riguarda la logistica fortunatamente ci sono dirigenti accompagnatori (Stefano ed Elena) istruiti da Claudio che, con il sistema gruppi di Whatsapp a me sconosciuto, pubblicano le convocazioni diramate al termine dell’allenamento e le comunicazioni urgenti alle famiglie facendo da tramite tra me, la società e i genitori. Inoltre è fondamentale trasmettere l’entusiasmo nell’ entrare in palestra, anche perché far divertire è la prerogativa.

Su che basi poggiano i tuoi insegnamenti?
In primis il dialogo, in quanto oggi si dialoga poco e ci si confronta parlando ancora meno, quindi cerco sempre di interagire con i bimbi invitandoli a comunicare tra loro sia con un linguaggio verbale che non verbale. Educare nello sport giocando, nel rispetto delle regole e dei valori che sicuramente torneranno utili anche fuori dalla palestra, è il secondo pilastro su cui faccio leva. Per questo devo ringraziare tre allenatori che hanno forgiato il mio pensiero: il primo Daniele Ricci che con le vittorie a Ravenna degli anni 90 ha fatto nascere la passione della pallavolo in me, il secondo Michele Zanin un carro armato dell’insegnamento, tanto coriaceo in allenamento in quel di Villorba, quanto prodigo di consigli a ragazzi che sarebbero poi diventati protagonisti in serie A con Treviso. Ultimo ma non in ordine di importanza Juan Carlos Mogni, l’uomo che mi ha spiegato come un gioco possa diventare sport.

Che caratteristiche deve avere un allenatore ma soprattutto un educatore per queste fasce di età?
Non penso esistano caratteristiche standard, in quanto la società tende a precocizzare lo sviluppo, e il metodo usato in anni precedenti probabilmente oggi non funzionerebbe più. Tuttavia in me fermezza e pazienza sono caratteristiche che viaggiano di pari passo poiché bloccare sul nascere comportamenti non idonei e spiegare sempre a tutti, magari con linguaggi differenti ad ogni singolo bambino, fa parte dell’insegnamento. Di per sé bisogna anche proporsi come esempio, in quanto in questa età i bambini assorbono velocemente, per cui bisogna sempre stare attenti a come ci si approccia.

E alle spalle c’è un consorzio che sta seminando al meglio sperando di raccogliere nel medio-lungo periodo…
Ho la fortuna di collaborare in un consorzio che fa del capillare lavoro sul territorio il proprio credo, sia in ambito sociale sia in ambito sportivo. Ci si sente inglobati e funzionali al progetto che, senza pressione, sta preparando noi allenatori e di riflesso i giocatori a toglierci qualche soddisfazione. Stimolante il pensiero di allenare questi bimbi, che oggi fanno servizio campo durante le partite della A2, e che possano un domani calcare lo stesso taraflex orgogliosi di essere usciti dal nostro settore giovanile e consapevoli del senso di appartenenza che li circonda.

Under 12, 13 e 14 con la stessa guida tecnica: One Team non lascia nulla al caso nel segno della continuità…
Essere la persona che getta le basi tecniche, tattiche e motivazionali nei campioncini di domani che affrontano i loro primi campionati, è contemporaneamente motivo di responsabilità e orgoglio, per la fiducia che la società riversa in me. Personalmente ritengo di non essere mai sazio d’apprendere i segreti di questo sport e in un ambiente in cui coach Graziosi, mister Vitaglione e tutti i coach del One Team possono solamente arricchirmi, non posso che esserne entusiasta.

Un desiderio per il 2018?
Ad un sognatore quale sono uno solo non basta ma almeno tre: il primo tornare a fare l’abbonamento per l’A1 maschile, come quando a 14 anni lo feci per la Mediolanum Milano al Palalido, e farlo a Bergamo sarebbe il massimo. Il secondo è aver “disturbato” qualche giovane facendogli bruciare dentro il fuoco della pallavolo, per vederlo allenatore fra qualche tempo mentre il terzo è potermi allenare nel fare il papà.

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