“…sento un calore, baby…è IL SACRO FUOCO!”

di Maic Perani

Innanzitutto, c’è da dire che tra Jova e Jova, cioè tra Jovanotti e Jovanovic, ci potrebbero essere delle analogie che vanno al di là della radice comune del nome. Però tra le tante cose che ho chiesto a Igor Jovanovic, mi è sfuggita la domanda se per caso conosca Lorenzo Jovanotti, perché nel singolo “Oh, vita!”, che dà il titolo all’omonimo ultimo album del Jova nazionale, e che il nostro dj mette per “celebrarti Olimpiaaaa….Oooolimpiaaaa….Oliiiimpiaaa”, la frase-titolo dell’intervista calza a pennello per Igor “It’s a kind of magic” Jovanovic. Segni particolari: portatore sano del “sacro fuoco” serbo. Di che si tratta? Lo racconterà proprio lui.

Finalmente tocca a te, è più di un anno che ti aspetto…
Però facciamo l’intervista tutta in italiano, ok?Il mio italiano non è ancora “wow”, ma capisco tutto. Sbaglio ancora molto i tempi dei verbi, ma per il resto cerco di arrangiarmi.

E hai fatto tutto da autodidatta…
Mi sembra il modo migliore. Anche se nell’ultimo periodo, complice anche la presenza in Italia della mia ragazza, non ho studiato come all’inizio però cerco di fare cose “utili”, come leggere libri e giornali, internet oppure guardare film solo in italiano. Tutto ciò mi sta aiutando molto, anche se non sono ancora bravo come vorrei,

Il tuo paese e il rapporto che avete, o avete avuto, con il vostro passato e con la guerra civile dei Balcani. Tu sei del 1990, il periodo forse più “caldo” nell’ex Jugoslavia.
Il punto è che al di là di un anno preciso, per ogni generazione del mio Paese la guerra, per certi versi, è una sorta di costante. Nel senso che se tu pensi a oggi, la situazione è tranquilla, ma ognuno di noi è figlio di quel periodo in cui la guerra era “viva”(se mai si possa definire così una guerra, che semina solo distruzione e morte, nda). E’ stato sicuramente tragico e duro, ma che ci deve anche insegnare a comportarci in modo che non si ripeta in futuro. Ecco perché dicevo che la guerra è una costante, per ogni generazione: c’è stata in passato, influenza in qualche modo il presente e dobbiamo fare in modo che non ci sia più in futuro. E’ un percorso complicato, lungo e impegnativo quello di “disintossicazione”. Ma il mio popolo, la mia gente, è forte e determinata, abituata ad affrontare le sfide e vincerle. Ovviamente per noi, comunque, sono stati anni durissimi, soprattutto di povertà dovuti alla mancanza di lavoro, in un villaggio con ancora gli echi delle bombe e con tanta incertezza sul domani. Insomma, eravamo lontani anni luce dal concetto di “bella vita”. Al tempo stesso, però, tutto questo forgia il carattere cementando il senso d’appartenenza e il concetto di “orgoglio serbo”.

Interpretandola in chiave un po’ più “leggera”, però, questa vostra visione si riflette molto nel rapporto che il popolo serbo ha con lo sport, e con i valori che esso garantisce e che, al tempo stesso, sono necessari per viverlo, specie ad alti livelli.
Nello sport siamo così bravi perché se tu vivi una realtà come la nostra ti entra dentro un qualcosa che altri non hanno. Ce l’hai nella testa, nel cuore, in ogni muscolo e in ogni gesto che fai. E’ una sorta di “fame”, siamo paragonabili a dei lupi affamati. Abbiamo quello che tanti definirebbero “il fuoco sacro”, quello di una determinazione incrollabile. In tutti i paesi puoi trovare giocatori molto forti, ma quasi nessuno ha la nostra forza di volontà.

Ci vorrebbe tutto questo senza il bisogno di passare attraverso una guerra civile…
Quando vediamo gli altri che si “godono la vita”, però, mentre noi ripensiamo a quello che abbiamo dovuto attraversare, ecco che diventiamo ancora più motivati. Ad un serbo leggi negli occhi ciò che prova in un momento di competizione.

A proposito di momenti: è arrivato quello di “alleggerire” un po’. Eri mai stato in Italia prima di arrivare a Bergamo?
Si certamente a Cuneo per la precisione, quando ho giocato in Champions League. Poi anche una settimana per alcune amichevoli sempre tra Piemonte e Liguria nonché in altre occasioni sempre nel nord, ma da turista. Mi piace molto l’Italia e appena posso ne approfitto per qualche puntata in montagna o nelle città d’arte. Il mio compagno di viaggio preferito, ovviamente, è Hoogendoorn soprattutto per questioni linguistiche, ma ovviamente chiunque si aggiunga è il benvenuto. Bergamo è bellissima, ma tutta l’Italia è meravigliosa e il bello è che trovi tutto relativamente vicino. E anche con la mia fidanzata si viaggia spesso.

Lei è serba? Vive qui con te?
Si è serba ma purtroppo è rimasta “a casa” perché sta ancora studiando ingegneria e deve frequentare le lezioni praticamente tutti i giorni. Solo questo mi pesa molto, il non averla sempre vicino. Questa tuttavia è la sua strada, io accetto e la spingo a continuare. C’è da dire che con il fatto che lei non vive con me, mi lascio un po’ andare.

Uomo serbo, superdisciplinato, sei disordinato in casa?
Normalmente no. Sono abituato praticamente da sempre ad arrangiarmi. La prima stagione lontano da casa l’ho fatta quando avevo 14 o 15 anni per cui me la cavo benissimo in tutto. Diciamo che se si tratta di “faccende domestiche” a volte il “sacro fuoco” un po’ si indebolisce.

Ma in campo, invece, come sei? Sei uno ordinato? Sei scaramantico, hai dei portafortuna?
Quando le cose vanno per il verso giusto non c’è motivo di cambiarle, ma scaramantico no. Non sto tanto a guardare la fortuna, per me conta solo il focus sul prossimo obiettivo, sul prossimo giorno. Quello che è successo prima, o ieri, mi interessa poco.

C’è un personaggio dello sport a cui ti ispiri?
Non direi, però mi piace molto la pallacanestro, anche perché in Serbia è una vera propria religione, più che lo sport nazionale. Io avrei quasi quasi potuto fare il playmaker, ma in realtà ho ereditato la passione per il volley da mio padre, che era un buon giocatore.

Un personaggio importante o famoso con cui andresti a cena?
Sinceramente non ci ho mai pensato. Quello che conta sono la mia famiglia e la mia fidanzata. Il resto non mi riguarda granché.

L’Olimpia perciò è la tua seconda famiglia…
In un certo senso è così, siamo una squadra molto unita. Personalmente poi, quest’anno è più facile interagire con gli altri grazie ai piccoli miglioramenti col mio italiano. Quindi è ancora più bello stare con loro.

Una battuta finale sulla stagione?
Non capisco bene cosa intendi per “battuta”, ma io voglio sempre e solo vincere. Ancor di più dopo la finale di Coppa Italia…

 

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